Tot all’ “Obelisco”

(Italia Nuova, Roma, 17 February, 1948)

— by MARIO RISPOLI

Molti anni fa, nel 1933 se ci assiste la memoria, chi scrive queste note segnalò per primo, all’attenzione di chi segue le cose dell’arte, lo scultore Tot, Tot era a queli’epoca ancora studente e veníva a Roma, alla Accademia Ungherese di via Giulia, a fruirvi un pensionato artistico vinto al suo paese. Terminato il pensionato Tot preferì il Tevere al Danubio, ormai si era acclimatato a Roma e cominciò a vivere la calamitosa vita d’artista a via Margutta. Più di un decenno o è trascorso e che Tot sia cresciuto abbia raggiunto individualità e qualità di stile e la sua modellazione sia divenuta efficacemente pieghevole ne fa fede la sua ultima produzione esposta in questi giornali alla Galleria dell’Obelisco. Qui va aperto un inciso, va detto che tempo fa una statua di Tot sollevò una prolissa oziosa polemica. Trattavasi di un torso muliebre di pomeggiante succulenza eretto, come di sboccio su un ventre risolutamente prossimo a partorire. La plastica era larga, le curve erano disossate, naturalmente. Esprimeva, quella scultura, nella sua rotondità germinale la maturità mammifera. Guardandola si poteva pensare al grappolo maturo, al favo colmo di miele, all’esuberanza di taluni frutti tropicali. A tutto si poteva pensare, a Giunone, a Poppea, a tutto fuorchè all’impudicizia. Qualcuno dimenticando che almeno in arte, questa virtù negativa è soprattutto nella intenzione parlò addirittura di oscenità. Nacque la polemica, noi non la seguimmo, eravamo ancora stretti nelle ritorte della guerra. Se ci fossimo trovati a parteciparvi ci saremmo schierati decisamente dalla parte di Tot.
Parlando di questo scultore, il ragionamento che tratta del suo lavoro migliore fin qui prodotto andava fatto. Perchè in tutte le sue opere, anche nei bassorilievi e nei diseagni presentati all’Obelisco Tot ricorre a questo motivo, a questo voler interpretare e possibilmente cantare la nascita ancora non visibile ma estremamente palese nella matrice.
Il tono è narrativo. Le sue sculture si liberano dalla materia ritornando all’essenza della materia. E’ come se lo scultore pur adentrandosi nell’analisti volesse riportare tutto alla sintesi a quella sintesi così visibile c’ottoli di fiume tanto levigati e tanto scultoreamente saporosi.